AAA Annunci per cuori letterari solitari

Sta accadendo, è appena accaduto, accade alla velocità dello sguardo, del pensiero, della palpebra che si chiude e subito si riapre, come uno scatto del diaframma fotografico. E’ appena accaduto, ieri, domenica 26 marzo 2017, al Book Pride di Milano e continuerà ad accadere in altre città, in altri festival, in altre librerie.
Il gioco è quello della seduzione, più o meno lo conosciamo tutti, solo che questo è ormai una pratica della vita contemporanea ed è declinato ai folli ritmi che scandiscono le nostre giornate. Giocarsi il proprio armamentario di fascino nel giro di cinque minuti, così vuole la regola spietata dello speed date (non riesco a scrivere questa parola senza sorridere un po’ e pensare: “ma quindi sto davvero scrivendo speed date?”), una specie di aberrazione alla coreana, giacché praticato da una ventina di persone, di un appuntamento al buio. Pochi minuti al tavolino, uomo di fronte a donna. Si parlano, si conoscono, hanno a disposizione quel tempo fatale. Cinque minuti per essere affascinanti, originali, simpatici. Poi la campanella suona. L’uomo si alza e va al tavolino accanto e così via. Le donne intanto hanno segnato un punteggio, una scheda di valutazione, un appunto. A fine appuntamento globale si fanno i conti e se qualcosa è sbocciato proseguirà fuori. Una storia d’amore al fulmicotone insomma.

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Epperò questo speed date letterario è qualcosa che, nella quotidianità dei librari e degli editori, accade continuamente: fa parte del lavoro insomma. Già, perché adesso nel ruolo di corteggiatori ci sono editori, che in cinque minuti devono consigliare a un lettore sconosciuto un libro, partendo dalle sue sommarie descrizioni di gusti letterari. Un lavoro da veri Don Giovanni, insomma, e vedremo se i nostri cuori solitari torneranno a casa con un piccolo libro d’amore. E poi, ancora, quanto amore ci vuole nel libro perché sia lui il vero seduttore? L’editore si fa soltanto tramite. Desiderio e profferta amorosa spettano al libro in sé. Quant’è generoso, stavolta, il buon Don Giovanni?

Filippo Polenchi